Raymond Scott non è stato solamente uno dei più intelligenti musicisti del suo tempo, è stato anche un tipo molto divertente e a tratti peculiare. Ad esempio Raymond Scott lasciava credere di essere difficile, non per vanità o per darsi un tono, ma soltanto per evitare le domande. Raymond provava grande sollievo quando evitava una domanda. Se poi uno gliela faceva, lui a volte se ne andava, accampava una scusa, pretendeva di svenire, e sempre immediatamente appena riconosceva l’intonazione della domanda.
A quel tempo c’erano molti altri musicisti intelligenti, ma nessuno era divertente come Raymond Scott. Ora, come si fa a essere divertente e intelligente? C’è una risposta semplice semplice che si spera possa emergere chiara e cristallina alla fine di questo rapido volo. Un indizio: Raymond Scott non nasce Raymond Scott, ma Harry Warnow. Un altro indizio: un giorno Raymond dice: che amarezza! ho scritto musica pensata per stimolare l’intelletto nei bambini, ma loro continuano a mangiarsi le mani! Un altro indizio:
Se dici jazz ti cancello
Raymond Scott nasce nel jazz, ma odia il termine jazz. Jazz era già al tempo termine indicativo di un certo commercio, ma anche di uno spirito troppo entusiasta, energetico quanto sciatto, forse addirittura malsano, sicuramente dalla chiara affinità con l’improvvisato, la pancia, il fiato, l’orale, e il jazz di Raymond Scott invece è tutto fin da subito scritto, tutto messo su carta come un racconto stampato, nota per nota. Raymond infatti ha la fissa di mettere insieme note, la brama di registrare. L’improvvisazione lo irrita gli fa venire le emorroidi lui la combatte fin da subito con forza. Fine anni ‘30 il suo quintetto jazz diventa abbastanza famoso, non solo per la musica, ma anche per il modo rigoroso e autoritario con cui viene gestito. Anche per questo si sfalda, sebbene i veri motivi siano altri: primo, arrivano i figli; secondo, la Warner Bros. gli utilizza la musica per i propri cartoni animati senza dirglielo.
Molti, tra i pochi, conoscono Raymond Scott come compositore per cartoni animati, ma lui non ha mai composto niente per i cartoni animati. Si tratta di un vero e proprio furto intellettuale e qualcosa in Raymond muta, cambia pelle. L’intelligenza e il gusto dell’ironia si appropriano di verità che appartengono al mondo adulto e verso cui inevitabilmente l’individuo, un individuo intelligente e con il gusto del divertimento, si pone all’improvviso in modo da più parti considerato discutibile. Si registra un’ostinazione più stoica nei confronti della composizione. La famiglia si sfalda. L’amore ritorna nei confronti di una giovane discepola Dorothy Collins. Raymond passa dal quintetto al sestetto, pensa in grande, si fa più raffinato. Per la nuova formazione testa i musicisti non in base alle capacità tecniche o al tipo di suono che producono, ma in base alle loro reazioni al silenzio. Considerava un buon pubblico quello che non applaudiva, e più di una volta ha lasciato la stanza lo studio il palcoscenico perché riempito di complimenti e battito di mani ed esclamazioni di gioia e supporto. Per questo mix di correnti e controcorrenti intorno a lui si sono create leggende, miti, rancori, cause legali, e pure ovvio invidie minacciose.
Raymond aveva infatti un amico che voleva davvero essere divertente, ma che non era troppo intelligente. Raymond gli aveva detto sai, le persone intelligenti di solito sono anche un po’ stronze, e tu non sei stronzo. Di te tutti dicono che sei bravo, che hai belle opinioni, che capisci tutta la gente, che non faresti male a una mosca. Raymond, da bravo stronzo, gli diceva, lascia stare, tu vuoi essere divertente ma non sei divertente perché non ti comporti mai da stronzo, ci devi stare.
Di questi tempi Raymond lavorava con una formazione piuttosto ridotta. A un certo punto questo suo amico gli dice di voler suonare con una formazione ridotta come lui. Raymond gli dice ok, va bene, e il giorno dopo Raymond va a vedere un concerto dell’amico, dove c’era tanto spazio per l’improvvisazione, e gli viene da vomitare. Si dice che quella notte Raymond abbia scritto Dinner Music for a Pack of Hungry Cannibals. Al bar, poco prima, Raymond diceva all’amico queste parole poi diventate famose.
Sì, bello lo swing, ma quello fantastico della mazza con cui volevo spaccare la testa a te e a tutti quelli che suonavano con te.
Raymond era fatto così, scriveva ogni singola nota, faceva memorizzare i solo, licenziava i musicisti che non capivano la macchina. Assistere a spettacoli approssimativi gli dava l’ulcera, soprattutto perché lui intanto elaborava piani di precisione freddezza calcolo ricerca, soprattutto intimità, piani che prevedevano la fuga dalla vanità e il tuffo di testa verso il vasto e terrificante oceano della propria riservatezza. Tra un palco e l’altro infatti Raymond fonda il proprio studio, un vero e proprio laboratorio di ricerca, che chiama il Manhattan Research Inc. e da qui ha inizio la sua fuga dalla performance.
Mentre l’amico che voleva essere divertente e suonare con un piccolo ensemble si disperava per l’approvazione di Raymond, Raymond si metteva in mezzo a una big band, componeva musica col piglio dell’esperimento scientifico e in gran segreto nel laboratorio immaginava i figli della musica e dell’informatica e dell’elettronica e il risultato commerciale di questo lento spostamento verso la disperazione è un ritardo di pubblicazione e diffusione tanto significativo quanto silenzioso e mitologico, e che ha al suo cuore un momento di invidia mortale.
Ormai è risaputo infatti che la nostra indifferenza verso la fama e quindi verso la vanità genera le invidie più importanti e fa sbucare fuori dalla terra tentacoli viscidi e schifosi che ci vogliono portare giù mentre tu vai su. In una delle sue note, Raymond scrive che spiegare lo disgusta. Che ogni spiegazione è un affronto contro lo spirito e quindi un’umiliazione. La chiarezza, dice sempre Raymond, indebolisce l’idea. A morte gli spiegoni!, grida su un nastro, con una frequenza tale che verso la fine del termine spiegoni emerge la distorsione e un abbassamento di ottava. Raymond, su un’altra registrazione, dice di aver collezionato diverse amarezze del genere (una in particolare, la più grande, di cui parleremo più giù) e scrive: le cose che si fanno si fanno, non se ne parla, non se ne dà alcuna spiegazione. Una nuova lezione si era aggiunta al repertorio di Raymond.
Fuga dalla performance
L’amico di Raymond un giorno gli chiede: perché non vuoi spiegarti? Raymond aspetta qualche secondo, poi risponde: mi stai chiedendo di spiegarti perché spiegare mi fa schifo?
L’amico di Raymond aveva accettato l’indifferenza di Raymond, ma sotto sotto non riusciva a mandarla giù. Nonostante questo non aveva voluto interrompere i rapporti con Raymond e anzi lo frequentava spesso. Non ha cercato di imitarlo più, almeno questo, ma lo ha osservato. Lo ha osservato nella big band, lo ha osservato nello studio, lo ha osservato nel laboratorio di Manhattan. Per Raymond, l’amico è diventato una presenza costante e particolare, una sorta di cane da guardia inevitabile, ammissibile soltanto perché dichiara, il cane, di non voler essere più un musicista. Raymond infatti vedeva di cattivo occhio le amicizie con gli altri musicisti, pensava che fossero tutti in cerca di un’opportunità, ed era convinto che i più opportunisti fossero proprio quelli che temevano di più l’opportunismo, quindi alla fine del cerchio, se stesso. Tutto questo circolo vizioso mi distrae e mi disturba, dice Raymond, io sono il mio primo pericolo, dice Raymond un giorno alla moglie Dorothy.
L’amico, nel frattempo, gli ripeteva il suo abbandono alla musica ogni volta che Raymond dubitava della sua onestà. Non posso essere come te, diceva, non posso proprio essere un musicista, ma quelli come te hanno bisogno di un guardiano e io posso essere un guardiano e voglio essere il tuo guardiano, perché le cose preziose vengono rubate e desiderate dagli altri. L’argomento era solido, l’intenzione suonava dolce. Una notte Raymond si è addormentato in studio (sarebbe successo spesso in futuro), e la mattina si è svegliato con il faccione rosso dell’amico che lo fissava dall’alto. Nel dormiveglia, a Raymond è parso di vedere un maiale grugnirgli davanti al naso e si è spaventato. Gli ha chiesto perché mi fissi mentre dormo? Non mi sembra una cosa divertente. Ma il maiale non poteva rispondergli. Ha mostrato un po’ i denti, quasi volesse dargli un morso, e Raymond per la prima volta si è sentito minacciato.
A questo punto Raymond parlava molto di meno con le persone e preferiva molto di più intrecciare cavi. Stava concependo uno strumento. Uno strumento elettronico. Prima dei sintetizzatori, prima del Moog, prima di Brian Eno, Raymond traduceva il disamore vero l’umanità in una ricerca mitologica verso il nuovo fuoco elettronico, verso un’ideale di musica in grado di far evolvere la mente attraverso un equilibrio violento tra primitivo e digitale. Man mano che metteva insieme la sua invenzione, Raymond si rendeva conto anche delle potenzialità. Nell’entusiasmo spiegava le cose all’amico maiale, che gli faceva mille domande. Un giorno Raymond lo vede prendere appunti e gli chiede: perché prendi appunti? Per la tua eredità, dice l’amico, come fanno i biografi. In futuro la gente vorrà sapere di te, della tua vita personale, di cosa e come il genio spendeva il suo tempo e metteva insieme il futuro. L’argomento era convincente e positivo, ma Raymond da quel momento ha preso a parlare sempre meno. Certi giorni desiderava che l’amico scomparisse, e scopriva di non essere più in grado di parlargli maleducatamente. Quando poi finisce di mettere insieme la propria invenzione, che chiama Clavivox, l’amico gli dice che con questa invenzione loro possono comporre la musica del futuro, e dopo qualche momento di esitazione Raymond impazzisce. Si sente ingannato, si sente stupido, si sente violato; di nuovo, come dalla Warner Bros. Di nuovo qualcuno vuole approfittarsi di lui. Prende alcuni materiali scartati nella costruzione della macchina e li scaglia addosso all’amico. I pensieri, le offese, tutto il represso di quegli anni di compagnia escono fuori con violenza. L’amico viene cacciato dallo studio nel peggiore dei modi, non capisce perché viene trattato a quel modo. Insiste che con il Clavivox loro possono registrare musica mai sentita prima. Raymond è inorridito, gli sbatte la porta in faccia, minaccia di chiamare la polizia, e rimane finalmente da solo con le sue macchine.
In equilibrio tra il digitale e il primitivo
Musica composta con Clavivox è poca. In una delle note ritrovate decenni più tardi, Raymond scrive no more performance, research inc.. Raymond credeva fermamente, e diciamolo subito, a ragione, che la musica, le frequenze, avessero la capacità di influenzare l’organismo. Non è una conclusione a cui lui è arrivato per primo. I filosofi lo sanno da sempre. I politici lo sanno. Le chiese lo sanno. I pubblicitari lo sanno, lo sanno pure quelli che fanno le playlist per i ristoranti, per i supermercati, per i casinò. Le persone al di sopra del livello subumano, anche loro, lo sanno. I subumani stessi si rifugiano nelle frequenze amiche proprio per il conforto, non le chiamano frequenze, ma canzoni bellissime. D’altronde dalla musica si estrae ogni sorta di effetto. Dittatori la conquista, eserciti la marcia, bambini il sonno, gli adolescenti un aiuto nell’amplesso. La differenza è che la cosiddetta magia, questa magia di influenzare l’organismo attraverso l’architettura dei suoni, Raymond la cercava già quando mette insieme dischi con l’intento puro di ottenere un effetto neurologico per uno sviluppo della mente meno appiattito, meno apparecchiato. Cacciato l’amico, Raymond si circonda di altre macchine, oscillatori analogici fatti a mano, modulatori di frequenza e ampiezza, registratori a nastro, filtri rozzi, circuiti probabilistici. La ricerca musicale che compie è empirica e non c’è spazio per la nostalgia, per quel vecchio pezzo un successone, per l’auto-celebrazione delle cose compiute. Le cose compiute sono morte nel momento stesso in cui vengono finite. Se Raymond le riprende è per rielaborarle riciclarle etcetera. Raymond costruisce e compone, mette insieme suoni. Melodie monofoniche, glissandi, overdub, effetti vocali artificiali, loop, campioni. Non guarda in faccia a nessuno, e l’unica persona con cui si confida è la moglie Dorothy, la quale di queste confessioni non dirà mai niente.
Intanto, mentre tutto questo si svolgeva, dietro la porta del laboratorio è rimasto l’amico ferito ed oltraggiato; è rimasto ad origliare, a sbirciare dal buco della serratura, covando la sua vendetta.
Fuoco e fiamme e cenere
Sono di questi anni tutte le composizioni del Raymond Scott solitario. La sua è un’esplorazione giocosa delle possibilità del suono minimo. Sapendolo, o forse senza saperlo, Raymond Scott getta le basi per un’evoluzione della musica basata sul suono e non sulla costruzione temperata. Lo fa rimanendo assolutamente ancorato al temperamento,
e questo è ovvio perché lui è un pioniere. Ma il suo sogno è proprio quello del suono nuovo, e la sua visione è sicuramente informata dai racconti di una mente a stretto contatto con il computer. Vede i suoni non per colori né per emozioni, ma li vede mettere in moto scene vere e proprie.
Il suono diventa personaggio, il suo muoversi su un ritmo è l’animazione totale.
Raymond Scott sviluppa finalmente in pieno la sua vera e propria natura, quella del mago e dello scrittore. Nel suo studio laboratorio di Manhattan si accumula una biblioteca di libri musicali, registrazioni su registrazioni, esplorazioni foniche, viaggi nella mente. Il laboratorio, dice suo figlio in un’intervista, un giorno non è bastato più, e così Raymond Scott ha fatto venire da diverse parti del mondo, tra cui l’Italia, la Germania, l’Argentina, l’Uruguay e il Giappone, una squadra di architetti e ingegneri, ognuno con la propria squadra di carpentieri e operai. La moglie gli diceva di non spendere tutti i suoi soldi nell’espansione del laboratorio, ma Raymond non soltanto l’ha ignorata, un giorno le ha pure promesso che quel laboratorio non era già più un laboratorio ma un’espansione della sua persona, e che se lei lo amava, avrebbe amato anche quel laboratorio. Non farneticava, ma si capisce bene che questo era un concetto difficile da capire per un’attrice cantante preoccupata principalmente per la rispettabilità del marito.
Un giorno, a lavori finiti (temporaneamente), la moglie arriva per entrare nel laboratorio. Raymond la va a prendere fuori dal palazzo e poi l’accompagna dentro tenendola per mano. Attraversano un corridoio buio, illuminato soltanto da alcune sfumature verdognole di neon. Raymond dice alla moglie di chiudere gli occhi. Poi la guida per superare la soglia di una piccola porta che si apre. Moglie e marito mettono piede nel laboratorio e solo a quel punto Raymond dice alla moglie di aprire gli occhi, Non è dato sapere bene l’esatta reazione della donna, ma in una delle ultime registrazioni rinvenute, è proprio Raymond Scott a dirci che quello che sentiamo, oltre ai suoni, oltre al passaggio, oltre al cammino nella mente, sono i sussulti e le lacrime di commozione della moglie, il silenzio meraviglioso e confortante della moglie. Lo spettacolo deve essere stato esaltante. A proposito del laboratorio di Raymond Scott a Manhattan si parla di una costruzione fantastica, sviluppata attraverso movimenti a spirale, prismi e cerchi perfetti, ma anche di corridoi sinuosi, dislivelli, scale che si biforcano. Purtroppo non ci sono molte testimonianze di questa meraviglia architettonica. Nell’ombra, infatti, anche quando moglie e marito camminavano lungo il piccolo corridoio buio, c’era sempre stato l’amico invidioso, l’amico cacciato. Aveva atteso, guardato, coltivato rancore. Più di ogni altra cosa aveva preteso che la sua vendetta fosse fatale, e aveva pensato che il momento fosse arrivato proprio quando di fronte a lui, coperto nell’oscurità, passavano marito e moglie.
Succede così: un pomeriggio, come ormai da anni faceva sempre, Raymond si allontana dal laboratorio per andare al grocery store (il nostro tabacchi più o meno) per comprare una coca cola, due cioccolatini fondenti e il giornale (che gli piaceva leggere con tutte quelle ore di ritardo e da cui prendeva talvolta spunto per le sue narrazioni). Al ritorno vede del fumo uscire da sotto la soglia della porta del laboratorio. Quando apre, ormai è già troppo tardi: le fiamme stanno viaggiando come il suono prima di loro e cioè attraverso i corridoi sinuosi, lungo le biforcazioni della scale, sali e scendi sui dislivelli, le fiamme hanno già riempito le circonferenze magiche, avvolto i prismi, divorato le spirali. Il laboratorio, nel giro di un’ora, è ridotto in ceneri, e con il laboratorio tutta la produzione musicale scritta registrata negli anni in solitudine da Raymond Scott.
Ultima frase della fantasia
Prima di arrivare alla conclusione di questa storia va detto che tra le macchine inventate da Raymond Scott ce ne sono due che meritano attenzione e menzione. La prima viene ideata e messa a punto quando Raymond lavora a una pubblicità per l’IBM.
Si tratta di un piccolo programmino che mette in pratica certe idee primitive riguardo l’intelligenza artificiale e che lavora non al livello del simbolo e della rappresentazione ma attraverso un protocollo votato al riconoscimento del pattern e dell’ottimizzazione. Raymond chiama il programmino Dorothy, come la moglie. Insieme inseriscono i dati vocali, tutte le melodie da lei cantate: per custodirle, come futuro ricordo. Raymond inserisce istruzioni piuttosto personali proprio a questo scopo. Chiede al programma di massimizzare la novità strutturale, di preservare pattern statisticamente rari, di minimizzare la perdita di materiale non rigenerabile e favorire il materiale con bassa ridondanza. In alcune delle note ritrovate, Raymond ammette che la funzione più bella del programma Dorothy era stata quella di fargli compagnia. Non è un’ammissione di solitudine, ma l’affermazione di un bisogno specifico. Raymond, se ce ne fosse ancora bisogno, chiarisce che alla compagnia umana preferisce quella delle macchine.
La seconda invenzione è pure ovviamente una macchina. Si tratta di uno strumento musicale che anticipa di tanti tanti anni i concetti di musica generativa. La macchina si chiama Electronium, e viene proprio da un’esigenza nuova sviluppata da Raymond e che si pone in contrapposizione all’idea che circola tra i corridoi della sede centrale dell’IBM.
Degradare la macchina
Negli ultimi anni della sua vita Raymond sviluppa un unico desiderio e cioè che Dorothy il programma si comportasse un po’ di più come la moglie. Per ottenere questo risultato c’è bisogno di fare un passo indietro nella propria religione e Raymond lo sa bene. Per rendere Dorothy più simile alla moglie, infatti, Raymond sa che deve trovare il modo di degradare il programma. Naturalmente non gli viene mai in mente di farlo attraverso alcun genere di aberrazione digital sessuale. Ma allo stesso tempo è proprio l’attività sessuale, il suo ricordo, che lo informa. Cosa accadeva infatti alla bella ed elegante Dorothy quando moglie e marito facevano l’amore? E cosa accadeva a lui, Raymond, nella stessa circostanza? Entrambi degradavano il proprio stato civilizzato e si riavvicinavano all’animale e alla natura. Raymond non aveva mai accolto con piacere questo effetto, e infatti dopo gli amplessi più intensi lui passava periodi più lunghi di ascetismo. La moglie invece sembrava più bella, più florida, persino più giovane. Raymond trascorre molte ore nel suo laboratorio a riflettere su questo fenomeno e arriva alla conclusione che evidentemente sua moglie ha un rapporto più intimo con le cose della natura e forse è proprio il suo talento. Per un momento si chiede: è così per tutte le donne? Non può saperlo, in fondo non gli interessa, lui è concentrato sulle sue due Dorothy. Il problema è che il software, così com’è, gli piace, e ha paura. Raymond non osa mettere mani al programma e per questo si strugge, si sente miserabile, codardo, registra un mucchio di pezzi in cui esplora le sue vergogne, i suoi limiti. Eventualmente, senza forse neanche rendersene conto, trasporta questo bisogno nel nuovo strumento musicale. L’Electronium infatti viene liberato dai vincoli superficiali, quelli della civilizzazione, i codici del temperato, le arbitrarietà dell’armonia e del gusto corrente, e gli viene invece permesso di prendere decisioni proprie.
L’Electronium è, quindi, a tutti gli effetti un sistema analogico che prendeva decisioni musicali in modo autonomo; e cominciamo forse solo ora a capire quanto Raymond Scott costituisca un punto di contatto impressionante con le novità contemporanee e quindi future.
L’Electronium, va detto subito, non viene mai davvero completato. Questo perché completarlo era tecnicamente impossibile come lo è ad esempio un romanzo, a cui si può, in potenza, sempre aggiungere qualcosa, apportare una modifica, concedere una rifinitura. Costituito da reti di circuiti analogici, l’Electronium era dotato di una mappatura sintattica flessibile e di parametri con la funzione di vincoli grammaticali relativi al ritmo, agli intervalli, alla densità sonora. Nell’Electronium non c’è alcuna indicazione armonica. Non esiste nessuna indicazione melodica. Non viene dettata alcuna nota. Raymond, lo scrittore che adorava scrivere ogni nota, arriva all’arco finale della sua vita mettendosi nel ruolo di operatore a capo di semplici e puri parametri, inventando una macchina che è una sorta di generatore di possibilità compositive.
A cosa può rispondere questa evoluzione? Di certo, come abbiamo detto, al bisogno di ritrovare la sua Dorothy, ma c’è sicuramente dell’altro. Da un punto di vista tutto maschile, ottenere risultati con l’Electronium era rinunciare a un po’ del proprio ego a un po’ del proprio controllo. Si trattava di fare pace con la vergogna emergente per la perdita della propria civiltà. Raymond, in una serie di pezzi chiamati proprio Doroth-E, sovraincide le sue riflessioni più intime. Dice: dal nostro amore dal nostro sesso lei esce vincitrice io perdo. Lei ritrova un punto di contatto con la natura, sua culla (piccole composizioni e suoni della natura), io invece mi allontano dall’ideale che è proprio questo qui (suoni della macchina, cacofonie pulite, non sense for the human brain, niente più dopamina). Chi lo sa. Si può ipotizzare che tutto emerga dal bisogno di continuare a sorprendersi. Raymond settava un prompt di parametri, l’Electronium tirava fuori un risultato basato su quel prompt. Ci ricorda qualcosa?
La nascita di questa macchina è datata 1958. Raymond ci ha prodotto jingle
musiche per radio e anche per la tv
brani che sono viaggi
Uno dei diversi obiettivi di Raymond Scott era quello di ridurre l’ego dell’artista, ed ecco pure l’esigenza generativa.
Dalle ceneri
Il sacrificio di se stessi raramente viene ricompensato in vita.
Avevamo lasciato Raymond di fronte al Manhattan Research Inc. ridotto in cenere, insieme a tutte le registrazioni, insieme, di fatto, alla propria mente, e di lì a poco muore; prima nello spirito, poi, nel 1994, nel corpo, a furia di infarti.
Raymond Scott è l’uomo dei cartoni animati, un’etichetta che lui aveva odiato fin da subito e da cui era fuggito immediatamente. Ora diventava la sua unica eredità.
Passano gli anni. Soltanto i più attenti ammettono l’influenza di Raymond Scott. L’accademia si appropria di tante sue intuizioni senza mai dargli credito. Tutto il corso della musica generativa è indifferente e negligente nei confronti di Raymond Scott anche anni dopo la sua morte. L’assenza di prove facilita l’appropriazione intellettuale. Di persone oneste se ne contano pochissime. Una è Brian Eno, l’altra ad esempio è Mark Mothersbaugh, ex componente del gruppo DEVO, e grande fan di Raymond Scott e del suo intelletto. Per il resto poco e niente. In alcuni circoli gira il suo nome, ma come figura semi leggendaria, qualcosa a metà tra la realtà e la finzione, alla stregua di un personaggio letterario o cinematografico preso adesso a modello. Raymond Scott, dicevano alcuni ad un certo punto, non si sa se è vissuto davvero, forse è solo un nome fittizio dato a degli esperimenti audio dell’MIT. Potevamo davvero stare a raccontare questa storia qui se il genio fosse rimasto sepolto sotto le ceneri. Un giorno però arriva qualcuno a rovistare. Un curioso, un affascinato, si chiama Irwin Chusid.
L’agente
Irwin Chusid sente parlare di Raymond a una festa e lui, musicologo e giornalista americano, curatore e archivista, con calma (ma anche col prurito alle mani, come dichiarerà poi in futuro) si mette a investigare su questo ibrido tra realtà e finzione. La storia di Irwin Chusid e delle persone che lo hanno aiutato è una storia per un altro momento, per un altro supporto. In sintesi, diciamo che Irwin trova quello che in effetti non doveva esistere. Si aspettava un catalogo, invece trova la volontà per un sistema che fosse in grado di decidere cosa meritava di sopravvivere.
Irwin, con pazienza, decodifica questa volontà. Si trova sepolta sotto livelli di archivio non umano alla cui testa c’è un semplice nome: Dorothy. Archivi di informazioni che racchiudono in loro quello che un pomeriggio Raymond ha visto in cenere e che lo ha fatto morire di pazzia. Irwin compie la traduzione tra un’intelligenza del passato e l’orecchio del presente, e quello che ottiene è il salvataggio miracoloso di un momento storico musicale che forse in futuro sarà visto davvero come il contributo a un’evoluzione da cui noi al momento siamo comunque molto lontani.
Raymond Scott si salva, è salvato. Chi lo porta qui da noi? la moglie, il programma, Irwin? Da questa domanda scapperebbe, perché in fondo Raymond Scott torna da noi per l’azione del proprio intuito, dei suoi dubbi, delle sue paure, vergogne, del suo piccolo amore, la sua grande ossessione, tutto questo lo porta qui da noi, grazie all’intermediazione di uno sconosciuto di nome Irwin Chusid che si mette in mezzo tra gli enigmi del programma Dorothy e il sogno di un bambino. E questo non è del tutto frutto del caso, non in questa storia.
Indovinate, infatti, perché questo signore si trova improvvisamente ossessionato dall’idea di far risorgere Raymond Scott dalle ceneri? Noi lo abbiamo scoperto, ma lasciamo a voi il piacere di fare questa piccola ricerca. E avete capito anche come si fa a essere intelligenti e divertenti?
Ci sentiamo presto.
Adesso il Cerchio sta girando di nuovo… alla prossima!
Lorenzo Santangeli vive vicino alle antenne, difficile che sta due giorni di fila senza mangiare riso, e scrive narrativa breve e lunga che trovate -qui.
Francesco Bordoni è nato nel 1995 a Modena e tra le altre cose apprezza moltissimo il burro di arachidi.

